martedì 25 giugno 2013

[Mondiali 2014 - Brasile] Non solo Brasile. Già in Sud Africa la Coppa del Mondo fece venire al pettine le contraddizion

“Questa non è una canzone sul calcio, non è una canzone su chi sostiene la Coppa del Mondo e chi no; questa è su chi paga per la Coppa del Mondo e su chi fa profitti. È una canzone sulla responsabilità, su chi è debitore di chi, sui risarcimenti, è su una nazione che ancora paga per i proiettili che hanno macchiato col sangue la nostra storia. L’orgoglio di una nazione è più grande di un campo di calcio. Questa canzone è per utilizzare la palla per la caduta del sistema.”
Khulumani, musicista sudafricano

Le proteste in Brasile hanno avuto come motivo scatenante l’aumento delle tariffe dei trasporti pubblici. Ma in alcune città, tra le quali la capitale Brasilia, tale aumento non era stato previsto. È chiaro quindi che le ragioni di chi oggi scende in piazza vanno ben al di là della rivendicazione di un passo indietro sull’aumento di 20 centesimi sul prezzo dei biglietti. Un obiettivo, tra l’altro, già raggiunto, ma che non è coinciso col ritorno a casa di centinaia di migliaia di manifestanti. Un altro dei temi venuto fuori con forza è legato all’ormai prossimo Mondiale di calcio, che si terrà (forse sarebbe meglio utilizzare il condizionale a questo punto) nel paese lusofono. Le enormi spese per la costruzione degli stadi, alcuni vere e proprie cattedrali nel deserto, i fiumi di denaro che si disperdono chissà dove, l’occultamento della povertà in previsione dell’arrivo di turisti occidentali e danarosi, contrastano in maniera imbarazzante con i problemi che si registrano nell’ambito della sanità, dell’istruzione, dei trasporti e in generale dei servizi pubblici. Il Brasile non è il primo paese in cui queste contraddizioni emergono in maniera tanto cristallina. Ciò che le sta facendo entrare nelle coscienze di milioni di persone in tutto il pianeta è la mobilitazione di massa, i milioni di donne e uomini scesi in strada, sfidando la repressione statale che ha già causato decine di feriti e almeno due morti.
La storia non era però tanto diversa nel Sud Africa dei mondiali del 2010. Anche lì fondi spropositati per la costruzione di opere che tutt’al più avrebbero rivestito una funzione per un mese, prima di diventare “white elephants”, come le definirebbero gli anglofoni. Il Mondiale poteva essere l’occasione per i più distratti per gettare lo sguardo su un paese lontano solitamente dalle cronache e che la nostra concezione lineare della storia voleva tra l’altro indirizzato verso uno sviluppo al contempo economico e sociale. La fine dell’apartheid, Mandela che agli occhi dell’opinione pubblica viene trasformato da terrorista in eroe (inter)nazionale, alti tassi di crescita del PIL: questo era ciò che si vedeva. Le condizioni di centinaia di migliaia di lavoratori, le discriminazioni tutt’altro che sparite erano invece occasione di denuncia e di lotta per pochi irriducibili oppositori. Tranne poi scoprire che forse la polizia del Sud Africa democratico non è poi così diversa da quella dell’apartheid, che la repressione dello stato, l’agire delle multinazionali hanno saputo adattarsi perfettamente al mutato contesto istituzionale: il massacro di Marikana ha forse fatto sì che in tanti facessero cadere il velo che copriva i loro occhi. Già nel cammino che portava ai Mondiali del 2010 qualcuno aveva provato a far sentire la voce degli ultimi, degli oppressi. La FIFA e quei miliardi spesi in opere utili solo al profitto delle grandi imprese e non al benessere di tantissime e tantissimi esclusi dallo ‘sviluppo’ della ‘S’ dei BRICS divenivano bersaglio polemico, obiettivo da colpire.

Il brano che presentiamo qui è solo una delle espressioni che assunto questa protesta, che non si è espressa con la mobilitazione di massa cui assistiamo oggi in Brasile. Ma le contraddizioni erano simili e il conflitto, per quando possa andare sotto traccia, non può essere eliminato.

“Gli stadi sono splendidi e i giocatori fighissimi / i ricchi ingrassano sempre più mentre il popolo sembra magro / la scena sembra preparata per una partita vera / non ho mai visto uno schema migliore che questa trama che hanno tratteggiato / gli stessi che hanno ucciso i nostri profeti, gente / gli stessi che stanno macinando profitti, gente / il sangue sulla palla che il giocatore calcia è lo stesso sangue versato nel 1976.” (nel giugno 1976 una rivolta scoppiò a Soweto, indirizzandosi contro il regime di apartheid che vigeva all’epoca. Il governo reagì con una repressione durissima che portò al massacro di centinaia di persone in soli 10 giorni.)






Nessun commento:

Posta un commento